di Emiliano Deiana

Per le aree interne della Sardegna il Next Generation – Recovery Fund recentemente approvato dal Governo può rappresentare una straordinaria occasione di progresso.

Occorre organizzare alcune questioni di metodo che si proverà a riassumere brevemente: a) le aree interne non corrispondo né geograficamente né economicamente alle sole zone centrali della Sardegna; b) le politiche di sviluppo o sono territoriali o, semplicemente, non sono: tutte le azioni isolazioniste dei singoli sono destinate al fallimento; c) dal Piano di Rinascita ad oggi si sono dimostrate – fra le tante – almeno due cose: lo sviluppo per poli non funziona; lo sviluppo esogeno – quello attratto “da fuori” dal “contributo” – ha fallito e ha disabituato le comunità a investire sulle proprie capacità; d) sul Recovery Fund la Sardegna deve invocare l’articolo 13 dello Statuto ovvero la possibilità istituzionale di contrattare con lo Stato l’intensità dei finanziamenti e gli interventi da attuare per un “Nuovo Piano di Rinascita” che abbia caratteristiche differenti rispetto agli interventi degli anni ‘60 e ‘70 su cui occorre una profonda riflessione storica su errori e virtù: per farne tesoro; e) bisogna evitare come la peste la “sommatoria di progetti” che giacevano da tempo immemore nei cassetti degli assessorati, ma privilegiare i Piani di Sviluppo Territoriali. Le aree interne della Sardegna – con le legittime differenziazioni territoriali – si devono pensare come una cosa sola: la frammentazione della rivendicazione rischierebbe di far fallire l’esigenza indifferibile di attrarre interventi che le facciano uscire da una condizione di sostanziale sottosviluppo.

Che fare, allora?

Provare ad organizzare una proposta che abbia alcuni denominatori comuni che andrebbero progettati esaltando le straordinarie diversità territoriali: rivendicazione unitaria, azioni diversificate.

La prima cosa da rivendicare con forza, rispolverando la parola “resistenza” in luogo dell’abusata “resilienza” (presente anche nel Generation Next), è la garanzia alle cittadine e ai cittadini delle aree interne i diritti costituzionali fondamentali: alla democrazia, al lavoro, all’istruzione, alla salute e alla mobilità e alle reti.

“Una scuola in ogni paese” non è uno slogan, ma un tassello imprescindibile di un piano di sviluppo locale.

“Un medico di famiglia in ogni paese” non è uno slogan, ma la condizione imprescindibile che garantisce ai cittadini di Esterzili di avere gli stessi diritti alle cure degli abitanti di Cagliari: rafforzando le “comunità della salute” sui livelli territoriali e migliorando la qualità nei piccoli ospedali e dell’emergenza-urgenza.

E poi le politiche di sviluppo garantendo ulteriori diritti: alla casa, alla terra, alla rete e al digitale, al benessere familiare, a una defiscalizzazione che renda conveniente vivere e investire nei paesi della aree interne.

Nei paesi delle aree interne esiste uno straordinario patrimonio ambientale, architettonico, storico-culturale e di beni comuni che andrebbe non “valorizzato” o “sfruttato” – per restare al sillabario del passato – ma vissuto davvero dalle comunità per farne uno strumento di identità e di economia pulita.

Per combattere lo spopolamento e la desertificazione umana, però, non basta vantare diritti, ma anche praticare doveri: rendere davvero accoglienti le comunità, predisporsi al confronto e al cambiamento, uscire dal “paese-pozzanghera” e trasformarlo in “paese-ruscello” dove il ricambio di acqua e di umanità permette una vita migliore per sé e per gli altri.

A ancora: imparare a lavorare con gli altri, con chi ti sta vicino, con le comunità confinanti, con un territorio più ampio dove ognuno non basta a se stesso, ma si afferma dentro un quadro collettivo. Solo se si ricomincia a ragionare come “città di paesi” le politiche di progresso possono avere una possibilità di successo, segnare una via di futuro possibile sostituendo l’estetica della competizione con l’etica della collaborazione.

La scrittura di un buon piano di azione locale ha bisogno di tutti questi elementi.

Ed è interesse della Sardegna tutta, a partire dalle città, avere zone interne vive e vitali, culturalmente dinamiche, produttivamente innovative a partire da un ritorno acculturato alla terra e alle produzioni, paesi abitati e collegati con le aree urbane, capaci di produrre beni e servizi essenziali per tutta la collettività sarda: dove ogni comunità sia una stella di una costellazione, un tassello determinante di un mosaico la cui organizzazione si disvela nello scambio e non nella privazione.