di Pistirrinchinu

Il noto psicoanalista, scrittore di saggi e accademico Massimo Recalcati è intervenuto in questi giorni in una videoconferenza dal titolo “Il vaccino della scuola”.

Cerco di riportare il più fedelmente possibile i ragionamenti dello studioso, lasciandone a chi legge l’interpretazione e l’apprezzamento.

Partendo dalla considerazione che la Didattica a Distanza (DAD) impedisce la messa in relazione dei corpi, la vita pulsante di una Comunità con una ulteriore esaltazione della crisi educativa, ha evidenziato la necessità che in questa situazione bisogna fare con quel che si ha. Una buona occasione per mettere in pratica quanto diceva Basaglia: “Bisogna sempre imparare a fare qualcosa al buio”. Noi adesso siamo al buio. La Didattica a Distanza non è l’ideale, ma non bisogna arrendersi di fronte agli ostacoli. Non è scritto da nessuna parte che la generazione di giovani che vivono la DAD avranno di sicuro una vita disgraziata. Il rovescio della medaglia è che possiamo vedere la vicenda del Covid come un magistero che ci sta facendo vedere l’asprezza del reale, che la vita ci mette sempre davanti.

Recalcati mette in evidenza una pars destruens (parte distruttiva) e una pars costruens (parte costruttiva).

Massimo Recalcati

La scuola italiana era in terapia intensiva già nel periodo prima del Covid: respirava male, boccheggiava, era emarginata, senza risorse anche se negli ultimi Governi c’è stato un cambio di passo evidente non solo dal punto di vista degli investimenti ma anche nell’atteggiamento, che ha rimesso la Scuola al centro dell’attenzione. Il paziente Scuola era in grande difficoltà già prima del Covid.

Nella sua analisi destruens individua due sintomi di deriva.

Il primo legato alla evoluzione della Scuola verso una concezione aziendalistica, produttivistica. La Scuola delle tre I: Impresa, Informatica, Inglese. Nella Scuola sono stati importati i termini propri del linguaggio economico, un modello che esclude che ci possa essere un tempo improduttivo, mentre sappiamo che nella Scuola si può passare un pomeriggio a parlare di poesia improduttivamente.

La Scuola ha vissuto la confusione della formazione con la prestazione, abbiamo economizzato la dialettica istituzionale della Scuola.

La Scuola – azienda si orienta sul principio di selezione e lascia indietro chi corre più piano, accentua le disuguaglianze. Abbiamo importato una nuova lingua, che ha cancellato una storia straordinaria da cui proveniamo. Questa prima deriva può essere considerato il polo nord sintomatico.

A questo polo corrisponde nel polo opposto quello sud della Scuola che diventa un asilo sociale, un luogo di custodia dei nostri figli, che abbassa il livello della formazione perchè i ragazzi non leggono più, non studiano più, non hanno slancio cognitivo. Bisogna adattarci a questa nuova antropologia degli studenti: bisogna ridurre la fatica dello studio, bisogna farli divertire, intrattenerli: una trasformazione sintomatica molto pericolosa.

La prima deriva Scuola – azienda schiaccia tutto sui numeri, con valutazioni che usano criteri assolutamente quantitativi. La seconda deriva Scuola – asilo sociale abolisce ogni criterio di selezione e meritocratico: assoluzione gratuita del percorso formativo.

Bisogna contrastare entrambe queste derive, attraverso una visione differente.

Nella pars costruens evidenzia, prima di tutto, che occorre recuperare l’importanza fondamentale della Scuola. Il titolo della videoconferenza “Il vaccino della Scuola” è tratto dalle “Lettere luterane” di Pasolini, nelle quali si fa riferimento alla droga come desiderio di morte, tutto ciò che danneggia la vita, che porta il razzismo, l’odio: la spinta alla droga si produce a partire da un vuoto di cultura. Quando c’è vuoto di cultura c’è violenza, c’è razzismo, c’è segregazione, tossicomania, distruzione, desiderio di morte.

Ecco, la Scuola deve esser un antidoto, un vaccino nei confronti di queste spinte distruttive. Bisogna, quindi, accendere il desiderio di cultura, il desiderio di vita: questa è la vocazione fondamentale della Scuola, vocazione cognitiva e insieme comunitaria, mettere in moto il desiderio di cultura, accendere il fuoco della cultura.

La Scuola vista, quindi, come vaccino, un agente di prevenzione primaria contro le aspirazioni distruttive. Prima c’è il desiderio di cultura, poi arrivano i clinici, gli psicologi, i medici.

La vocazione principale della Scuola è l’apertura alla pluralità delle lingue. Va vista come l’azione del mare, che lambisce tutti i territori. La Scuola vista come l’antidoto  all’ignoranza, al pregiudizio, al razzismo, all’idea che esista una sola lingua. La Scuola è il germe della Democrazia. Il filosofo Benjamin definiva la Democrazia come la necessità della traduzione, il suo cuore pulsante è l’esistenza di più lingue e la necessità della loro traduzione, non la necessità dell’affermazione di una sola lingua. La Democrazia antidoto contro i fondamentalismi di qualsiasi tipo.

La vocazione della Scuola non è, quindi, solo cognitiva ma anche etica e culturale, a maggior ragione nel nostro tempo.

Già prima del Covid eravamo passati dal paradigma neoliberale del successo del mercato nel mondo globalizzato al paradigma securitario, che ha militarizzato i confini, ha reintrodotto la figura triste e inquietante del muro, del filo spinato, del sovranismo. Ha reintrodotto la dimensione securitario della pulsione. Il Covid ha per certi versi persino esasperato questa dimensione securitaria: il muro come tentazione al centro dell’attenzione.

La Scuola è l’antidoto a questa tentazione del muro, che definisce il nostro tempo. La Scuola è un trattamento contro la paura, il muro, la chiusura del porto, il mito etnico della razza, una concezione solidificata dell’identità: la Scuola vaccino contro la paura. L’apertura è la condizione naturale della Scuola: non esiste la Scuola chiusa, la Scuola è aperta o non esiste.

Da questo punto di vista la DAD va vista per la sua capacità di rafforzare questa idea, comunque, di apertura della Scuola.

Nel tempo della narrativa della paura la Scuola definisce il suo compito fondamentale: contrasto al monolinguismo, alla logica della paura.

Un vecchio Rapporto della Fondazione Agnelli sulla Scuola aveva evidenziato che i Gruppi – classe più aperti erano quelli più socialmente compositi e in essi c’era più ricchezza nell’apprendimento.

A seguito dell’analisi fatta, Recalcati fa una proposta presentata al Comune di Milano prima che scoppiasse la pandemia da Covid e replicabile in tutta Italia: “La Scuola nelle città”. L’idea è quella di elaborare nelle aule magne di tutte le Scuole, sia in centro che in periferia, un progetto per la città con la partecipazione di molti intellettuali, che, a titolo gratuito, con accesso delle cittadine e dei cittadini a titolo gratuito, concretizzassero una reale apertura della Scuola alla città, parlando di tutto: genealogia e storia della città, filosofia, storia dell’arte, matematica, fisica teorica: una primavera della Scuole nella città.

Il Covid ha spazzato via tutto, ma il progetto resta e può essere diffuso dappertutto: la Scuola che ospita parole, linguaggi e culture differenti e offre alle cittadine e ai cittadini il suo vaccino.

Recalcati chiude dicendo che nella Scuola è evidente l’importanza del ruolo degli  insegnanti e, in questo periodo di chiusura a singhiozzo della Scuola, gli insegnanti e la Scuola sono diventati una mancanza. Bisogna evitare che prevalga la seconda deriva della Scuola – asilo sociale: accoglimento senza prove, perchè la malattia e la morte che ci circondano tendono a ridurre la dimensione simbolica della prova.

Siamo in una condizione collettiva di depressione e il rischio è di vittimizzare i figli, non aiutandoli a cogliere l’occasione educativa che il magistero del Covid comporta. Non bisogna far saltare la dimensione simbolica delle prove e gli insegnanti devono avere la forza di mantenere il valore formativo della prova, perchè la tentazione è di farsi ingabbiare dalla prova delle prove: la resistenza al virus.

Per quanto riguarda gli insegnanti, a questa considerazione bisogna aggiungere che occorre tenere presente che la parola è convincente in presenza, ma deve essere pronunciata da uno che non vorrebbe essere, nel momento della parola, in nessun altro luogo che non sia l’aula in cui è presente: l’amore per il proprio mestiere di insegnante.

Lo stesso fenomeno dovrebbe accadere, anche se è più difficile,  di fronte allo schermo, perchè può essere l’occasione giusta per dare testimonianza di che cosa significa un gesto educativo.

Nel rimarcare l’ultima affermazione, Massimo Recalcati racconta di una insegnante londinese che, anche nei rifugi per ripararsi dai bombardamenti, ha dimostrato la possibilità di un gesto educativo con i suoi alunni.

Ecco, la Scuola e gli insegnanti possono riuscire ad aprire dei varchi in questa notte in cui tutti noi siamo.