Reddito di cittadinanza, Reddito di inclusione e politiche attive del lavoro: eliminare i punti deboli per un giusto equilibrio. Di Antonio Ladu

Argomento
Ambito Territoriale

Prima di tutto va riaffermato quello che ormai è assodato: sia  il reddito di cittadinanza (ancora disegno di legge), sia il reddito di inclusione (già in vigore) intendono fornire un sostegno al reddito,condizionato all’obbligo della ricerca di un lavoro; mirano cioè all’inclusione sociale e lavorativa dei beneficiari con l’obiettivo di sottrarli alla condizione di povertà.

Detto questo, il grande problema italiano è che si concepiscono e approvano leggi e provvedimenti perfetti sulla carta, ma quasi impossibili da attuare perché non si adottano strumenti e procedure al livello delle enunciazioni.

La mia analisi, (ovviamente personale), dei due strumenti sarà fatta quindi da questo versante, mettendo in risalto i quattro principali punti deboli dei due strumenti per verificare quanto potrà essere attuato e quanto rischia di rimanere sulla carta se non si apportano i miglioramenti necessari.

1- Finanziamento

Il ddl del RDC prevede un Fondo per il reddito di cittadinanza alimentato mediante il versamento degli importi derivanti da maggiori entrate e dalle riduzioni di spesa.

In poche parole non vi è certezza di finanziamento; il che è tanto più grave in quanto il ddl stima necessario un finanziamento intorno ai 17 miliardi, mentre Boeri,Presidente dell’Inps, ritiene che le cifre necessarie siano intorno ai 35-38 miliardi.

Il finanziamento del REI oggi è di due miliardi e la quasi totalità è finanziata con fondi europei, esattamente con il PON inclusione; inoltre non è strutturale, mentre ne dovrebbe essere garantita la continuità nel tempo.

Andrebbe valutato a fondo il modello francese che non ha avuto paura i istituire un fondo di solidarietà, basato su entrate nazionali, provenienti da rendite e patrimoni, e sul contributo delle Autonomie locali.

2- Importi

 Il RDC, a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare, va da 780 euro mensili per un solo componente a 2.808 per 7 componenti.

Come integrazione al reddito va anche ai lavoratori autonomi, non costituisce reddito imponibile e non è pignorabile.

Queste cifre sono corrette, credibili e sostenibili? E’ difficile crederlo sia perché , come ho detto,non vi sono finanziamenti certi e bisogna tenere conto dei vincoli di bilancio.

L’importo del REI d’altra parte andrebbe aumentato perché va da un minimo di 188 euro a un massimo di 534 euro.

Si potrebbe prendere a riferimento il reddito francese di solidarietà attiva che, come ho riportato nel Post relativo al RSA , va da un minimo di 545 euro per una persona sola a un massimo di 1.145 euro per una coppia con due bambini.

Poiché il debito pubblico dell’Italia è molto alto e, di conseguenza, i vincoli di bilancio sono molto stringenti, il finanziamento complessivo va valutato con attenzione e progressività.

3- Beneficiari e requisiti

Secondo il RdC ne avrebbero diritto tutti i soggetti che hanno compiuto il diciottesimo anno di età, risiedono nel territorio nazionale, percepiscono un reddito annuo calcolato sulla soglia di povertà.

Questi requisiti portano i possibili beneficiari a un numero molto alto, circa 9 milioni di persone.

Inoltre dovendo allegare  alla domanda solamente copia della dichiarazione ISEE e un’autodichiarazione attestante i redditi percepiti nei dodici mesi precedenti la richiesta,  il rischio che ne beneficino anche persone che non ne hanno diritto è molto alto.

4- Governance delle politiche attive del lavoro

Nel Post relativo ai Centri per l’impiego ho descritto il modello francese costituito da un’Agenzia nazionale, controllata dallo Stato, ma autonoma e gestita da rappresentanti dello Stato, dalle organizzazioni sindacali e datoriali, da rappresentanti delle Autonomie locali e da esperti: vi sono poi le Agenzie  regionali e i Centri per l’impiego territoriali.

Il personale è soggetto al diritto privato, è professionalizzato e conta 54.00 unità.

in Italia la Governance è molto più complicata.

Con la proposta di riforma costituzionale,  c’è stato il tentativo di attribuire allo Stato la competenza esclusiva sulla materia. La vittoria del No ha lasciato il lavoro materia concorrente fra Stato e Regioni.

L'Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) non potrà gestire direttamente i centri per l'impiego: potrà solo coordinarli,

Il rischio  è che rimangano immutate  le disparità Nord-Sud e che gli auspicati standard uniformi a livello nazionale restino sulla carta, permanendo quindi la frammentazione dei sistemi regionali. regionale di gestione delle politiche attive del lavoro, di accreditamento ai servizi di lavoro e formazione professionale,

In seguito allo svuotamento delle province i quasi  7mila dipendenti dei Centri per il lavoro saranno assunti dalle Regioni. Questo significa che ci vorrà parecchio tempo per sistemare tutti i problemi di collocazione giuridica e contrattuale dei lavoratori.

Non solo; gli eccessivi compiti assegnati ai Centri per il Lavoro, a fronte dell’insufficienza del loro numero, costringerà chi vi lavora a dedicare il 50% del tempo a erogare certificati di disoccupazione e ad altri compiti amministrativi.

Da questo punto di vista il ddl del RDC aggrava la situazione perché assegna ai Centri per l’impiego la competenza per la ricezione, verifica e il via libera all’Inps per la concessione del contributo.

Il rischio che si profila è che, in mancanza della garanzia di una qualità uniforme dei centri pubblici, risultino favorite le agenzie private che hanno in tutto circa 10mila operatori, tutti impegnati nel seguire la formazione e ricollocazione dei lavoratori.

Questo rischio è una certezza  per l’assegno di ricollocazione al quale sulla carta potranno ricorrere i Centri per l’impiego e le Agenzie private.

Questo nuovo strumento punta ad affiancare, al tradizionale sostegno al reddito di chi perde il lavoro, un intervento concreto per aiutarlo a trovarne un altro. L’assegno potrà infatti essere speso anche nelle agenzie per l’impiego private accreditate nelle diverse regioni.

Cosa dire in conclusione? Innanzitutto che ci deve essere unità e coerenza fra principi, leggi e gestione.  E’ necessario esaminare con attenzione le soluzioni di chi ha affrontato questi problemi prima di noi per adattarli alla nostra realtà, così come confrontarsi con gli altri per trovare le migliori soluzioni.

Antonio Ladu

Laureato alla Bocconi di Milano in Lingua e Letterature straniere, è stato assistente di Italiano al Liceo Jeanson de Sailly a Parigi. Sindacalista  nella Camera del Lavoro di Oristano e nella Segreteria regionale della Cgil. E’ stato inoltre presidente del Consorzio Industriale e del Sil-Patto territoriale di Oristano.

 

 

 

Commenti

Sulla base dei punti evidenziati da Antonio, tenendo ben presente che il lavoro è una delle sfide più difficili dei nostri tempi, sarebbe interessante approfondire tutti gli aspetti. Valuterei la possibilità di organizzare, con i tempi dovuti, forum, seminari e le iniziative che si ritenesse necessari.

L'analisi sul chiaro e scuro delle problematiche che girano intorno al reddito di sostegno ed inclusione sociale ha sullo sfondo almeno un altro problema più generale: come ha sottolineato Jeremy Rifkin nel suo "Un'occasione per l'Italia" : " è il reddito minimo condizionato all'accettazione di almeno una su tre proposte di lavoro dei Centri per l'impiego. Ma dove le si va a prendere le tre proposte di lavoro se non si creano nuove dinamiche occupazionali e professionali?".

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