Non c’è solo Claudio Borghi che gufa rispetto allo “spread”: una subdola chiave per invocare responsabilità di terzi, complotti ed altre alterità. Di Gianni Pernarella

Argomento
Ambito Territoriale

Le cose per il Governo giallo-verde mi sembra si facciano sempre più difficili, anche se fino ad ora poco o nulla è stato fatto: salvo proclami, twitter, un decreto contestato ed imputazioni ad altri ( governi ) dei problemi da gestire. Così l’ultima in ordine di tempo, collegata al tragico crollo del ponte “Morandi” di Genova, è la squallida chiamata a responsabilità del P.D., e quando mai, da parte del duo Salvini – Di Maio.

Ora non so quanti appassionati elettori della compagine che ci governa sappiano ( o l’abbiano invece mentalmente rimosso ) che è stato il governo Berlusconi e Lega, tra cui fieramente a favore anche il deputato Matteo Salvini, ad approvare nel 2008, in sede di rinnovo della concessione “Autostrade” ai Benetton – con il P.D. che vota contro – la soppressione della norma, voluta dal precedente Governo Prodi, che prevedeva che il prolungamento di durata delle concessioni fosse vincolata a verifiche periodiche ( soppressione di cui all’art. 8 duodecies punto a) della legge che recepisce il decreto ). Sparita la norma, ci si dimentica ovviamente della responsabilità di averne votato l’eliminazione e – in un tragico “gioco delle tre carte” su cui il duo giallo-verde mostra una notevole abilità – viene chiamato a responsabilità il P.D.

La memoria corta per Salvini e Di Maio è un mantra.

Veniamo ora ad un altro mantra, su cui l’esercizio in ordine alla responsabilità di terzi e non del Governo in carica, viene esercitato non solo dal duo Salvini – Di Maio, ma anche da altre ineffabili “teste d’uovo” tra cui Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio della Camera e responsabile economico della Lega. Ci stiamo riferendo allo “spread”, che è il tema del Post, ed alle strane elucubrazioni si cui si esercitano i “Nostri”.

Si assiste ad una proliferazione di dichiarazioni che vede Giorgetti ( sottosegretario della Lega alla Presidenza del Consiglio ) che in coppia con Di Maio prevedono un attacco finanziario contro l’Italia; ed una dichiarata visione dell’Europa, da parte del duo Salvini – Di Maio, non come portatrice di un vincolo esterno, quale previsto ed accettato dai trattati internazionali sottoscritti, bensì come un nemico esterno che impedisce l’azione del governo giallo-verde: quasi la precostituzione della cornice di un alibi in vista della prossima, problematica Legge di Bilancio, in cui ben difficilmente troveranno immediate risposte le roboanti promesse elettorali.

In questo contesto, il recente aumento dello “spread” non è visto come conseguenza delle altalenanti posizioni del Governo in materia economica, di improvvide dichiarazioni su questo o quel tema un giorno e di una marcia indietro il giorno dopo, bensì il frutto di iniziali attacchi speculativi. I “no” dell’Europa alla mano libera in materia di deficit saranno presumibilmente considerati causa prima della mancata realizzazione delle promesse  (improvvidamente ed incautamente sbandierate e per le quali il Governo dovrebbe assumersene piena responsabilità ) ma costituiranno invece, ancora una volta, un alibi ed una bandiera elettorale da continuare a sventolare.

La Legge di Bilancio è prossima e metterà alla prova il patto interno che regge il Governo, di cui sono simboli da un lato il duo Salvini – Di Maio e dall’altro lato la “….presenza in ministeri-chiave di Giovanni Tria ed Enzo Moavero” (Marco Damilano ).

E veniamo al tema in analisi: lo “spread” ed alle recenti esternazioni di Claudio Borghi, profeta del “no euro”, già professore a contratto  alla Cattolica in economia degli intermediari finanziari, che prima confessa candidamente nel suo blog “…un giorno [ su sollecitazione del quotidiano “Il Giornale” ] mi chiesero un commento sull’uscita della Grecia dall’euro, scrissi boiate ma incominciai ad approfondire….” Quanto avrà approfondito?

Più di recente ha sostenuto “…Se la BCE compra lo spread sparisce. So simple”: come dire se lo “spread” c’è, la responsabilità è della BCE che non acquista abbastanza titoli di stato italiani. Un’analisi da “Bar dello sport”, che non rende chiaro se Borghi sia così obnubilato dall’ossessione “no euro” e dal relativo sovranismo galoppante che gli fa dimenticare almeno una parvenza di competenza economica ed alcuni punti fondamentali di ragionamento finanziario, oppure…..questa alternativa mi riservo di riprenderla nelle conclusioni del Post.

Partiamo da ragionamenti lineari e mettiamo in fila un paio di cose fondamentali, che ci aiutino ad individuare il bandolo di una matassa che altri tentano volutamente di ingarbugliare. Questi i punti su cui soffermeremo prioritariamente l’attenzione:

1 – Politica economica e Politica fiscale –

Già da decenni, sulla base di fondate analisi teoriche e risultanze della pratica economica, tutti i Pesi sviluppati sono pervenuti alla ferma separazione tra:

Politica monetaria – chiamata a realizzare in  modo autonomo, attraverso l’Autorità Monetaria, con gli strumenti monetari di volta in volta utili, la stabilità del valore della moneta; contribuendo alla sua stabilità con politiche anticicliche finalizzate, in ultima analisi, a consentire modeste ed utili oscillazioni nel tasso di inflazione ma ad evitare spirali inflazionistiche devastanti per l’economia del Paese;

Politica fiscale – svolta dai Governi per la realizzazione dei programmi di sviluppo socio-economico.

Il contraddittorio dialettico e collaborativo tra le due Autorità e le due politiche consente di individuare, nel rispetto delle reciproche autonomie, il punto di equilibrio nelle politiche da adottare in concreto.

La storia e l’esperienza economica hanno insegnato e continuano ad insegnare che quando la politica monetaria viene coartata al servizio della politica fiscale i disastri per il Paese sono dietro l’angolo. Esempi attuali sono la crisi inflazionistica che sta attanagliando la Turchia e la sua moneta e, ancora più grave, la crisi in Venezuela con spaventosi tassi di iperinflazione che hanno messo in ginocchio il Paese, al punto che moltissimi cittadini tentano di espatriare in Pese limitrofi, costringendo alcuni Stati a chiudere i confini. Esempio meno recente, ma con effetti che si stanno riaffacciando, è l’iperinflazione che aveva travolto l’Argentina, oberata da un debito gigante, che portò alla dichiarazione di “default” del Paese.

A maggior ragione questa separazione ha senso in Europa, dove a fronte di un’unica Autorità monetaria: la BCE, vi sono Autorità fiscali multiple ( i singoli Stati ): ne consegue che se la BCE non fosse indipendente dalle politiche fiscali dei vari Paesi, si genererebbe la possibilità per ognuno di essi di finanziare la propria spesa pubblica interna generando un’implicita tassa su tutta l’area.

2 – il debito dell’Italia e lo “spread” –

L’Italia ha una massa debitoria di oltre 2300,00 miliardi di euro, frutto di decenni di finanza in gran parte allegra, fatta per acquisire consenso elettorale. Così è, e con questo debito bisogna fare i conti: nessuno può tirarsene fuori, Governo e Cittadini ne hanno piena corresponsabilità.

Malgrado nel corso del tempo si sia riusciti ad allungare le scadenze di questo debito, resta il fatto che annualmente vanno a rinnovo circa 400 miliardi di obbligazioni dello Stato, pari a circa 30 miliardi di euro al mese: questo significa che mensilmente è necessario vi siano investitori disponibili ad acquistare il debito in scadenza.

Sentire dire che lo “spread” è un’invenzione senza ragioni economiche di esistenza in un’area retta dalla stessa moneta: l’euro, implica la subdola ipotesi che se non fossimo nell’area euro – ad esempio nella lira – non ci sarebbe lo “spread”. Un retro pensiero che incorpora una doppia falsità, su cui ci soffermeremo.

Ma cos’è lo “spread”? considerato che siamo nella stessa area monetaria lo “spread” misura il differenziale in termini di rischio tra le obbligazioni emesse da uno Stato ( convenzionalmente misurato sui titoli a 10 anni ) e quelle dello Stato considerato meno rischioso: nel caso il “bund” tedesco di pari scadenza.

Questo significa che gli investitori che debbono acquistare il debito italiano, valutandolo più rischioso di altri, chiedono per il suo acquisto un prezzo più elevato ( il tasso di interesse ).

La prima falsità sta quindi nel ritenere che lo “spread” non abbia ragione di esistere in un’area retta è vero dalla stessa moneta, ma dove agiscono però Stati che attuano politiche fiscali autonome ( l’armonizzazione fiscale è uno dei veri temi europei! ). Sembra anche che sfugga ai “Nostri” – ma in realtà sono invece certo che se ne abbia consapevolezza, per quanto osserverò nelle conclusioni – come questo differenziale sia sensibile alla percezione che hanno gli investitori in ordine alle politiche economiche dei governi; a maggior ragione quando si sia di fronte ad una nuova compagine di governo, di cui siano del tutto ambivalenti, incerte e contraddittorie le politiche economiche su cui si intende sviluppare la propri azione.

Nell’inconcludenza che ha caratterizzato la formazione del nuovo governo, protrattasi per lungo tempo nel dopo elezioni, lo “spread” ha cominciato a salire, anche quando – a fronte del nulla di fatto – il Capo  dello Stato ha conferito l’incarico a Cottarelli.  Il duo giallo – verde ha colto la palla al balzo per sottolineare come anche allora lo “spread” abbia continuato una lenta crescita: l’assurdo è non capire, o fare finta di non capire, che gli investitori avevano ben presente che confusione ed incertezza non si sarebbero dissipate con il Governo Cottarelli, essendo un chiaro e dichiarato “governo ponte”, in vista di nuove elezioni. Non cessa mai di stupire l’utilizzo strumentale di fatti di chiara interpretazione, coartati invece in una lettura giustificativa distorta, per non assumersi una responsabilità diretta da parte dei nostri due campioni.

Veniamo ora alla seconda falsità, che presupporrebbe l’attribuzione di esistenza dello “spread”, o più propriamente di un differenziale nel tasso di interesse, all’esistenza dell’euro: come dire che se non fossimo in quest’area non ci sarebbe lo “spread”.

Quanto è corta la memoria !!  Chiunque l’abbia ricorderà invece la realtà italiana con   un’ inflazione a due cifre nei dodici anni tra il 1973 ( 10,8% ) e il 1984 ( 10,8% ) con aumenti intermedi assai più elevati che hanno oscillato tra il 19,2% del 1974  ed il 21,2% del 1980.

Se ha buona memoria  ricorderà altresì che per piazzare il proprio debito lo Stato ha dovuto riconoscere tassi di interesse che hanno oscillato sino al 17-18%, così da rendere appetibile l’acquisto delle proprie obbligazioni, perché gli investitori ovvero il mercato – per motivi di elevata rischiosità del debito italiano, nel confronto con titoli di altri Stati a minore rischio -  ha preteso una remunerazione tale da compensare l’alea insita nell’acquisto dei titoli italiani. Come vogliamo chiamare ciò “spread”? “differenziale del tasso di interesse” La sostanza non cambia e la radice del fenomeno non è imputabile a supposti complotti, ma molto più semplicemente all’imponenza del debito italiano ed al rischio aggiuntivo allora insito, a fronte di eventuali politiche economiche considerate evidentemente non adeguate, negli elevati tassi di inflazione. Questo è il problema e non ci si può girare intorno.

Vengo in conclusione all’oppure…. che ho lasciato in sospeso in precedenza.

Io non credo affatto che Borghi e “Compagnia” non sappiano come stanno le cose “…Ma se…si crea [ strumentalmente ] la convinzione che lo spread sia invece una responsabilità della BCE, che non compra i nostri titoli, si costituisce [ falsamente, come abbiamo visto e per le ragioni di cui al punto 1, in ordine alla separazione tra Politica monetaria e Politica fiscale ] una teoria del complotto da usare come grimaldello per il desiderato sganciamento dalla valuta comune…”, trovare cioè un capro espiatorio da usare “…come motivazione e supporto per una scelta [ scellerata ] di politica economica grave ed estrema”  ( Alberto Biasin “ Affari e Finanza” 20/8/2018 pag.8 ).

Gianni Pernarella

Laurea in Giurisprudenza conseguita a Pisa e studi post laurea in Economia. Dipendente del Banco di sardegna dal 1973 al 2003. Dopo esperienza pluriennale di filiale, assume nel 1990 ruoli di responsabilità nella struttura centrale "Organizzazione e Sistemi Informativi" dove, in veste di funzionario capo progetto, ha gestito oltre 10 progetti organizzativi e relativi a sistemi informativi. Collaboratore per oltre 6 anni del SIL - PTO di Oristano; ha scritto quattro libri sulla materia del credito e dell'economia provinciale oristanese relativa all'artigianato.

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