Le erbe nelle terapie magiche ed empiriche della medicina tradizionale. Di Nando Cossu

Ambito Territoriale

Analizzando la pratica terapeutica della medicina popolare, appare immediatamente evidente quanto fosse stretto il rapporto del singolo individuo e dell’intera comunità nei confronti dell’ambiente, al punto che tutta la vita del gruppo sociale ne era condizionata.

Qui vogliamo approfondire soltanto dal punto di vista della pratica terapeutica il rapporto tra ambiente e comunità agropastorale, ovviamente nell’ambito della Sardegna.

Cominciamo col dire che dell’ambiente naturale la medicina popolare utilizza elementi tratti da tutte e tre le sue dimensioni: quella vegetale, quella animale e quella del mondo inorganico. E per tutte e tre queste dimensioni la medicina popolare prevede interventi terapeutici sia di carattere empirico che magico.

A puro titolo esemplificativo, a conferma di quanto andiamo dicendo, riportiamo alcuni esempi relativi alla pratica terapeutica nella società agropastorale sarda.

Le terapie basate sull’utilizzo delle erbe (quindi mondo vegetale) sono certamente le più numerose, a conferma dell’importanza fondamentale che il rapporto con l’ambiente aveva nelle comunità agropastorali.

Fra le terapie di carattere magico di questo ambito ricordiamo: la cura dell’itterizia attraverso modalità diverse di utilizzo dell’alaterno (nome latino): con le foglie di questa pianta si preparava un decotto con cui il malato doveva lavarsi; con le radici si confezionava una collana che il malato doveva portare al collo per trenta-quaranta giorni; il malato veniva sottoposto ad abbondanti fumigazioni prodotte con le foglie fresche di questa pianta. Il principio che sta alla base di questa terapia è quello della magia simpatica, che dice che il simile cura il simile (omeopatia). Infatti, l’itterizia dà al malato una colorazione verde giallognola e l’alaterno produce nel decotto proprio un liquido di questo colore; inoltre la pianta stessa nella radice e sotto la scorza ha una colorazione giallognola. Altre piante usate nella cura dell’itterizia con funzione magica sono la vitalba e la pervinca (nome latino). Queste piante venivano usate esclusivamente sotto forma di collana da portare al collo per un tempo determinato.

Un altro intervento terapeutico in cui si riscontra l’applicazione del principio di magia simpatica di cui sopra, è una delle terapie previste per il favismo. In questa pratica terapeutica prima che il malato venga ricoperto di letame si mettono a contatto col suo corpo delle piante di fave, per alcuni anche disposte a croce.          

Altra patologia importante curata con terapia magica e con elementi tratti dal mondo vegetale è la sciatica. La pianta usata è il fico selvatico (nome latino), le modalità d’uso sono diverse a seconda della competenza del guaritore. Un primo procedimento è il seguente: il guaritore il giorno prima dell’intervento terapeutico deve recarsi in campagna per individuare la pertica di fico selvatico, badando bene che non abbia nodi, quindi pulisce bene tutto lo spazio attorno in modo che sia pronta ad essere tagliata. Il giorno dopo, come esce di casa deve farsi il segno della croce e invocarsi a Gesù. Lungo il percorso non deve pensare ad altro e deve evitare di parlare qualora incontrasse qualcuno. La pertica del fico deve essere tagliata prima che sorga il sole con un solo colpo secco. Rientrato a casa, deve ritirarsi in un ambiente dove non lo veda nessuno e con un coltello estrae dalla pertica tre strisce di corteccia. Nell’estrarre queste strisce deve procedere sempre a tre a tre, mai quattro o cinque, o solo tre oppure sei. Con ciascuna delle strisce estratte, che devono essere lunghe quanto la pertica, prepari altrettanti piccoli fasci avvolgendo la striscia nella mano. Mentre estrae la corteccia e confeziona i piccoli fasci deve recitare la formula segreta. Quando viene il malato, gli consegna tre piccoli fasci, gli dice di accendere il fuoco nel camino e la mattina presto, prima che sorga il sole, deve gettarvi, senza guardare, uno dei tre piccoli fasci. Questa operazione va ripetuta tale e quale anche per gli altri due fasci, nei due giorni successivi. La cura va praticata per tre giorni di seguito a fine luna.

Un altro intervento prevede sempre l’utilizzazione del fico selvatico, ma secondo modalità diversa. La pertica deve essere sottile e lunga, possibilmente che vada dall’anca al piede del malato. La cura comincia sempre col segno della croce e mentre recita delle preghiere il guaritore passa la pertica aderente al corpo del malato, dall’anca al piede, senza che si frapponga parte dell’indumento, perché laddove ci fosse questa sorta di barriera, la guarigione sarebbe più lenta. Una volta che la pertica è stata poggiata sulla parte malata, viene tagliata in tre parti: la prima dal piede al malleolo, la seconda dal malleolo al ginocchio, la terza dal ginocchio all’anca. Questi tre pezzi di pertica il guaritore li tiene legati e man mano che si seccano guarisce la malattia. La cura va fatta in fase di luna calante, tre volte per tre lune diverse.          

Un’altra terapia magica in cui, con modalità diversa, viene usato ancora il fico selvatico, è quella relativa all’ernia inguinale. L’intervento terapeutico avviene in campagna e alla sua esecuzione deve essere presente solo il malato, a meno che non si tratti di un bambino molto piccolo. In questo caso la persona che l’accompagna non deve essere né il padre né la madre. Il guaritore deve individuare per tempo la pertica di fico su cui deve intervenire. Questa pertica deve terminare con una forcella, che all’atto dell’effettuazione dell’intervento viene aperta e poi saldata di nuovo con della rafia. Successivamente la forcella va fatta passare tra le gambe del malato. Una volta completato l’intervento, bisogna lasciare il posto evitando di fare lo stesso percorso dell’andata. Se col tempo i corni della forcella si salderanno il malato guarirà. La terapia va sempre eseguita nella fase di luna calante e può durare da una fino a tredici lune.          

Anche per le emorroidi sono state riscontrate diverse terapie che prevedono l’utilizzazione di alcune erbe. A San Giovanni Suergiu, con un’erba non identificata si praticano delle fumigazioni sulle emorroidi. In un altro paese il malato deve praticarsi dei massaggi sulle emorroidi con un’erba “di provenienza greca” ugualmente non identificata. A Cabras il guaritore cura questa patologia con due mazzetti di un’erba detto localmente l’erba dei topi. Un mazzo lo deve tenere fissato alle mutande a contatto con la carne, con l’altro deve praticarsi direttamente dei massaggi sulle emorroidi. Man mano che di secca l’erba sparisce la malattia. Un altro guaritore ancora utilizza un’erba che è stata identificata nella potentilla reptans. Al malato ne consegna due mazzetti, perché la cura avviene in due giorni. La prima mattina, appena fatti i suoi bisogni, si lava e poi si sfrega bene a croce quest’erba sulla malattia, dicendo per sette volte prima “le fitte vadano a terra” poi “Dio può più che non le fitte”, infine, “come si secca quest’erba, si secchino le mie emorroidi”. A questo punto lascia cadere l’erba nel water e se ne va. Questa operazione va ripetuta tale e quale la mattina successiva.

Una terapia molto frequente per la cura di questa malattia è quella che prevede l’applicazione di uno scapolare contenente comunque un’erba, di cui non viene rivelata l’identità. Questo scapolare deve essere portato a contatto con la carne e se il malato lo smarrisce non deve assolutamente cercarlo.          

Da questi pochi esempi sull’uso delle erbe nelle terapie magiche, nell’ambito della cultura agropastorale della Sardegna, appare evidente quanto importante fosse il rapporto delle comunità agropastorali con l’ambiente circostante. Questa importanza emerge in misura ancora più forte se diamo uno sguardo all’uso delle erbe nelle terapie empiriche.

Qui riscontriamo la cura delle affezioni della cavità orale attraverso l’uso delle foglie di olivastro, prima pestate per bene e poi tenute in bocca per un certo tempo.

Ancora, la cura dei vermi (elmintiasi) attraverso l’utilizzazione dell’aglio in modalità diverse: ridotto in poltiglia, diluito in un bicchiere d’acqua e bevuto; schiacciato e cotto nel latte quindi bevuto; schiacciato e mischiato al vino o al caffè nel caso di un paziente adulto.

Accanto a queste e altre patologie minori, non si può ignorare la presenza ancora diffusa di quei guaritori che, sempre con l’uso delle erbe in terapie essenzialmente empiriche, curano con esiti assolutamente positivi diverse malattie della pelle, le piaghe da decubito e le ustioni, queste ultime anche nelle condizioni più drammatiche. Questi guaritori sono i depositari di un sapere che affonda le sue radici nei secoli e nei millenni, sapere che si è costituito attraverso una sperimentazione empirica che ha proceduto per tentativi, probabilmente anche osservando il comportamento degli animali nei confronti della natura.

Nando Cossu

Laureato in Storia e Filosofia all’Università di Cagliari, ha conseguito il diploma di Specializzazione in Studi Sardi con una tesi sulla medicina popolare in Sardegna. La medicina popolare e la cultura materiale dell’isola hanno costituito l’ambito principale della sua ricerca. Insegnante e dirigente scolastico, ha curato per la comunità Arci-Grighine la sezione del Piano di sviluppo socio-economico dedicata alle tradizioni popolari e alla cultura popolare e si è dedicato all’allestimento e alla cura del Museo del giocattolo di Ales. Per quanto concerne la medicina popolare, oltre a vari articoli, ha pubblicato il volume “Medicina popolare in Sardegna. Dinamiche, operatori, pratiche empiriche e magiche”, Carlo Delfino Editore, Sassari, 1996 (presentazione di Enrica Delitala) e “A luna calante. Vitalitàe prospettive della medicina tradizionale in Sardegna ”, Argo, Lecce, 2005 (presentazione di Giulio Angioni). L’ultima pubblicazione è stata “L’amore negli occhi. “ Rapporti fra i sessi e formazione della coppia nella società agropastorale sarda ”, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2014.

 

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