L'autonomia da Cagliari come strumento per lo sviluppo. Di Riccardo Scintu

Argomento
Ambito Territoriale

Questo post NON parla di indipendenza, NON parla neanche di Autonomia Speciale, parla del sistema delle autonomie in Sardegna.

Per farlo mi permetto di raccontare un aneddoto, tutti potremmo averne uno simile nei nostri ricordi. Questa storia un po' buffa mi è tornata in mente oggi, quando  ho letto su facebook un ragazzo che da Cagliari dispensava la ricetta per il rilancio della Sardegna. La rinascita dell'industria.

Anche questa storia riguarda un cagliaritano che, lui sì, conosce la Sardegna.

Mi trovavo nel capoluogo e partecipavo a un cineforum. Quella sera si trasmetteva “Banditi a Orgosolo”, di De Seta. A seguito della proiezione, come da copione seguiva il dibattito. Un ragazzo della Cagliari bene si scagliò contro il film e il messaggio che dava della Sardegna. Non era mica così la Sardegna, non prima, tanto meno adesso. D'altronde suo nonno - medico o notaio, non ricordo- non gliela raccontava così.

Sarà che le mie radici sono meno nobili, ma invece io credo che la Sardegna sia stata anche questo: la terra dei paesi avamposto, strumentali rispetto alla campagna che era e ancora è il vero centro produttivo, una terra aspra e dall’economia di sussistenza, delle comunità sospettose nei confronti delle istituzioni, ma a loro modo solidali e unite da un precario equilibrio.

Sostengo questo senza stucchevole nostalgia dei tempi andati, ma semplicemente per dire che se non capiamo la realtà sociale della Sardegna per come è, ancora legata a una cultura agro-pastorale, non ne capiamo il potenziale e i limiti, le possibilità e i vicoli ciechi.

Per interpretare la società in maniera capillare servono studi, dati e visione, ma serve anche comprensione, territorialità e gestione diretta dei processi. Occorre sporcarsi gli stivali nelle campagne, vedere come si vive nelle comunità lontane da Cagliari, sentire i problemi delle persone che vivono e cercano di lavorare nelle realtà periferiche e rurali.

Di contro il sistema delle autonomie in Sardegna è molto chiaro: una Regione mastodontica, delle Province sempre più irrilevanti, una marea di piccoli Comuni, uniti in Unioni zoppe, piene di soldi non spesi e poco attive. Il quadro descrive un assetto accentratore, non tanto in relazione ai presidi territoriali, ma ai presidi decisionali. Le cose più importanti sono decise a Cagliari, a livello locale si svolge il ruolo degli esecutori materiali.

I Comuni sardi sono enti dai bilanci relativamente floridi: la Regione Sardegna, attraverso il Fondo Unico Regionale, dispensa ingenti risorse, che gli enti possono gestire abbastanza liberamente.

Il problema si pone per altre tipologie di finanziamento, come ad esempio tutte le risorse dei progetti a finalità sociale, per non parlare dei bandi per il finanziamento di progetti specifici. Queste tipologie di finanziamento, cui tutti danno la rincorsa, non tengono conto, se non in parte, delle effettive esigenze dei territori; sono invece una gara alla prenotazione da parte di tutti i Comuni, talvolta anche per finalità non necessarie.

Poi ci si stupisce se nei piccoli Comuni rifanno la piazzetta per tre volte in pochi anni (sprechi), ma non risolvono problemi annosi (inefficienza). I fondi sono vincolati,  non possono essere gestiti in autonomia. I territori dipendono da quanto stabilito a Cagliari, gli amministratori locali devono questuare e non possono decidere liberamente, pur conoscendo dettagliatamente le esigenze della comunità che amministrano.

Così vediamo stabili comunali con i pannelli fotovoltaici e opere di efficientamento energetico in paesi pieni di immobili allo sfascio; reti per la banda larga e di contro problemi con il sistema di illuminazione pubblica e così via.

Non è un problema di risorse, è un problema di scelte. A livello locale non si può decidere in autonomia, perché le decisioni vengono prese altrove.

Purtroppo la soluzione formulata per questi problemi è la riduzione delle risorse destinate ai Comuni, un maggior controllo, una minore autonomia. La soluzione del male è una dose più massiccia dello stesso male.

Torna, insomma, la storiella del cagliaritano che pensa di sapere cosa serva ai paesi distanti, che crede di sapere più dei Sindaci e dei cittadini di quei posti, come il colonialista credeva di fare gli interessi dei colonizzati.

Prima di discutere dei rapporti Caglirti Roma, forse in Sardegna dovremmo rivedere il rapporto di forza tra gli enti territoriali e permettere, finalmente, ai territori, di essere artefici dei propri destini, visto che le politiche di Cagliari non hanno mai brillato per efficacia.

Riccardo Scintu

Ha conseguito nel 2010 il Dottorato di Ricerca in Scienza Politica presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Laureato nel 2006 all’Università di Bologna in Scienze dell’Organizzazione e del Governo. Opera in numerosi enti locali della Sardegna come componente esterno di organismi di valutazione delle performance e come consulente sulle tematiche dell’organizzazione e della gestione delle risorse umane.

Commenti

Riccardo tocca alcuni nodi fondamentali sia con riferimento alle realtà comunali sia con riferimento al ruolo sempre più accentratore della Regione sopratutto per quanto attiene ai progetti che sarebbero più significativi per lo sviluppo dei territori ( mentre sarebbe invece auspicabile che ci si orientasse ai "Territori dello sviluppo" per avviare risposte più in linea con le esigenze rappresentate da Riccardo ). Bisognerebbe cioè che i territori fossero artefici, nell'ambito di linee di riferimento strategiche regionali, di progetti di sviluppo aderenti alla valorizzazione delle risorse presenti e rispettosi delle identità. Tuttavia occorre riconoscere che moltissimi comuni, direi la stragrande maggioranza, vuoi per un eccesso di egoistico, assurdo, campanilismo sia per l'impossibilità pratica di avere "competenze" adeguate non sono in grado di stendere progetti di valorizzazione di un certo respiro, rifugiandosi così per lo più in progetti di piccolo cabotaggio.
Il vero problema ha a mio avviso l'aspetto di un Giano bifronte: da un lato occorrerebbe orientarsi su dimensioni che vadano oltre il campanile e, quindi, in visioni di Area vasta con obiettivi di progettazione che interconnettano valorizzandole le risorse d'Area ma, dall'altro, appare altrettanto necessaria la presenza di strutture ( pubblico-privato ) che dovrebbero operare sui territori, in autonomia ma in correlazione con la Regione, in grado di assistere fattivamente i Comuni per i progetti locali ( ove richiesto ) sia di svolgere il ruolo di coordinamento e di coprogettazione e programmazione per quanto attiene la progettazione di Area vasta. In buona sostanza strutture che, annullando la distanza regione centrica ( e i suoi limiti burocratici ), operino sui territori come una sorta di "Agenzie di Sviluppo". Sarebbe bene che la Regione cominciasse ad avviare una riflessione sul proprio modello organizzativo - gestionale sotto il profilo di un decentramento correlato ad una presenza effettiva nei territori e di cui le "Agenzie di Sviluppo" potrebbero essere utile strumento. Per chi lo ritiene utile potrebbe essere un tema da approfondire nella prossima campagna elettorale. Approfondire la tematica ed ipotizzare soluzioni praticabili.

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