Gli anelli deboli della catena dell’ancora che rischiano di mandare alla deriva la “nave Italia” di Gianni Pernarella

Argomento
Ambito Territoriale

Vorrei mettere in fila, secondo un concatenamento logico, fatti che cominciano a delineare il profilo di debolezza degli anelli di una catena dell’ancora che rischiano spezzandosi di mandare alla deriva la “nave Italia”.

In questo percorso partiremo dall’attuale stato dello “spread”, cioè del differenziale di prezzo ( interesse ) tra il titolo italiano ed il bund tedesco di pari durata ( 10 anni ), considerato dai mercati quello a minor rischio:

1 – Il debito italiano, lo spread e le condizioni di allocamento del debito

In un precedente Post L’aumento dello spread ed il doppio gravame sul debito pubblico e sulle tasche degli italiani, abbiamo posto in evidenza:

a – che il debito italiano a fine 2017 era di oltre 2300 miliardi e classato per 1555 miliardi, il 68%, in Italia, cioè acquistato da investitori italiani: Banca d’Italia 366 miliardi, 16%; Fondi ed Assicurazioni 435 miliardi, 19%; Banche 617 miliardi, 27%; Italiani privati 137 miliardi,6%;

b – che annualmente vanno a scadenza circa 400 miliardi e mensilmente ne vanno a rinnovo oltre 30 miliardi;

c – che lo spread da 113 punti circa alla fine del governo Gentiloni viaggia oramai stabilmente oltre i 300 punti: questo fatto trascina un aumento del costo per interessi di oltre 5 miliardi annui. Ne consegue che il costo per il servizio del debito ( interessi ) da 68 miliardi, dato del 2017, passa ad oltre 72 miliardi.

Fatti conseguenti ( anelli deboli della catena ) – l’aumento dell’onere per interessi erode margini nell’operatività del Governo rispetto alle politiche ipotizzate – prescindendo dalla  valutazione di merito sulle scelte operate – e rende ancora più assurda la forzatura in aumento del debito, considerato che parte delle risorse dovranno essere utilizzate per pagare maggiori interessi e non per politiche a fronte delle quali è stata fatta la forzatura ( un serpente che si morde la coda ).

L’asta sul “BTP Italia” emesso dall’attuale Governo con scadenza quadriennale, agganciato all’inflazione, con rendimento minimo dell’1,45% e pensato espressamente per le famiglie italiane ( ricordate gli annunci del duo giallo – verde Salvini e Di Maio secondo cui gli italiani avrebbero dato una mano con i loro risparmi?! ) è stato un autentico flop: nelle giornate d’asta destinate espressamente alla clientela non istituzionale, cioè privati, sono stati sottoscritti contratti per soli 863 milioni di euro. Considerato che i paragoni contano, il precedente “BTP Italia” sotto il governo Gentiloni aveva totalizzato presso gli stessi privati 2,3 miliardi di euro: solo che allora lo spread oscillava sui 150 punti e non sui 321 punti dell’ultima asta citata. In buona sostanza le famiglie italiane ( e non l’Europa, i poteri forti, la speculazione e via cantando ) hanno risposto picche.

Dove erano le schiere degli spassionati elettori del governo giallo – verde, pronti a dare una mano, acquistando a piene mani il “BTP Italia”?: forse erano distratti o più maliziosamente hanno applicato il principio “…non nel mio giardino”, cioè condividiamo per prendere ma non chiedeteci di dare.

In realtà l’aumento dello “spread” ed il flop dell’asta citata hanno un unico denominatore che si chiama: sfiducia.

Sfiducia nell’atteggiamento arrogante degli attuali leader di governo; nell’atteggiamento poco dialogante per la ricerca di convergenze dialettiche con l’Unione Europea ( i “me ne frego”, le letterine di Natale, lo spread mangiato a colazione non contribuiscono ); nel divario tra promesse ed azioni reali. Sfiducia che i propri risparmi possano bruciarsi sull’altare di un “contratto” dietro il quale non  c’è una visione di Paese, ma solamente la sommatoria velleitaria di proposte elettorali divergenti ed assai difficilmente realizzabili.

Se ne stanno accorgendo non solo i “mercati”, che attraverso lo spread stanno chiedendo un tasso di interesse più adeguato al rischio di perdite, ma anche moltissimi italiani, perlomeno tutti quelli che hanno rinunciato ad aprire il portafoglio dei loro risparmi per acquistare “BTP Italia”, che pure aveva condizioni interessanti.

2 – Le conseguenze dello spread su imprese, banche e cittadini

Nel Post citato in precedenza avevamo delineato le modalità con cui gli effetti dell’aumento dello “spread” si riflettono sulle imprese, sulle banche ed il relativo trascinamento come aumento dei costi nelle tasche dei cittadini.

Riepilogando in estrema sintesi, abbiamo sottolineato, da un lato, gli aumenti di costo per le imprese che si finanziano anche emettendo “obbligazioni proprie” ed il rischio di subire restrizioni creditizie ed aumenti di tasso, connessi alle difficoltà delle banche conseguenti al significativo aumento dello “spread”.

Per le banche maggiori difficoltà di liquidità correlata ad aumenti nel costo di acquisto sul mercato interbancario, maggior costo nell’emissione di obbligazioni proprie, contabilizzazione delle perdite sugli imponenti stock di titoli di Sato in portafoglio ( da contabilizzarsi alla quotazione di mercato ) connesse all’aumento dello “spread”, che è inversamente correlato alla quotazione dei titoli: cioè l’aumento del tasso ne diminuisce la quotazione, generando una perdita di capitale “potenziale” che deve essere comunque contabilizzata.

Abbiamo sottolineato nel Post citato come la diminuita liquidità e le perdite di quotazione avrebbero potuto avere come conseguenza “potenziale”: restrizione del credito; aumento dei tassi sui prestiti alle imprese e famiglie; aumenti dei tassi sui mutui casa sia a tasso fisso sia a tasso variabile per la parte ( spread ) che si aggiunge all’Euribor.

Fatti conseguenti ( anelli deboli della catena ) -  ho dovuto sentire ridicole sottolineature di esponenti del governo che citando il bollettino trimestrale della Banca d’Italia, evidenziavano l’assenza di aumenti dei tassi bancari: peccato che citavano bollettini dei primi trimestri dell’anno.

In realtà l’ABI – Associazione Bancaria Italiana mette nero su bianco una serie di effetti – che sono poi quelli da noi evidenziati in precedenza – correlati al perdurare del livello attuale dello “spread” e cioè: aumenti dei tassi sui prestiti ed una riduzione in termini di quantità del credito, determinandosi così, in ultima analisi, minori investimenti, diminuzione del risparmio, aumento del costo del debito, con un impatto negativo del PIL che sta già rallentando. Le conseguenze in realtà si stanno già concretizzando.

Ad ottobre infatti il tasso medio sulle nuove operazioni per i mutui casa è salito all’1,87%.

Per le imprese il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento è risultato all’1,60% ( era l’1,45% a settembre ).

L’ISTAT segnala che nel terzo trimestre u.s. la crescita del PIL è stata pari a zero, cioè fermo: ne consegue che salvo miracoli ben difficili del 4° trimestre la previsione dell’andamento del PIL previsto nel DEF- Documento di Economia e Finanza risulterà sovrastimato. La produzione è stagnante ed il rischio di recessione dell’economia non va sottovaluto.

A questo stato di cose non è estraneo il mutato atteggiamento delle imprese, in particolare quelle del Nord, che oramai non lesinano critiche al governo giallo – verde. L’ipotetica “luna di miele” delle promesse e dei proclami sembra già finita e pare tramutatasi in “luna di fiele”. Il peggioramento della congiuntura, cui abbiamo fatto cenno in precedenza, è premessa di un malumore montante e sferzante verso il Governo: export in calo; consumi interni drasticamente ridottisi nel terzo trimestre, frutto dell’incertezza che si respira e che, per gli imprenditori bresciani presenti al “Brixia forum” per l’Assemblea dell’AIB è la diretta conseguenza delle mosse del Governo in materia di finanza pubblica e politica industriale.

Non viene perdonato il mancato rifinanziamento dell’ “Industria 4.0” del precedente governo Gentiloni, che aveva trovato concordi governo, imprese e corpi sociali e che ha dato, a giudizio delle imprese, ottimi risultati.

Vi è concordanza nel mondo imprenditoriale che la benzina per gli investimenti sono i prestiti bancari, ora a rischio di restrizione e aumento di costo. Questo, con l’aggravante della postergazione, nel migliore dei casi, all’avvio di  realizzazione di infrastrutture ed alla scomparsa dall’orizzonte di ogni ipotesi di taglio del “cuneo fiscale”, con grande vantaggio per le imprese ed aumenti netti di salario per i dipendenti ( su cui avrebbero potuto confluire con una scelta di priorità condivisibile i 10 miliardi annuali spesi per il “bonus” di 80 euro, ferocemente criticati al governo Renzi ma poi tartufescamente mantenuti dall’’attuale governo giallo – verde ), costituisce il terreno di coltura della frenata degli investimenti da parte del mondo imprenditoriale.

In questo difficile contesto, peraltro in larga parte generato dalle scelte ( o non scelte ) del Governo ed in carenza di previsioni concrete di crescita, i due leader dovrebbero esaurientemente spiegare:

a – come faranno, in un quadro produttivo a rilento, a proporre tre offerte di lavoro ai precettori del reddito di sostegno “condizionato” ( che si ostinano impropriamente a continuare a definire Reddito di cittadinanza );

b – come pensano di collocare al lavoro nuovi occupati, in sostituzione delle uscite di coloro che utilizzeranno le previsioni di “Quota 100”, quando, come sottolinea Carlo Bonomi leader di Assolombarda “...Nessun dato empirico prova l’ipotesi che un pensionato lasci il suo posto ad un giovane…al contrario i dati mostrano che a crescere di più è chi ha insieme più occupati giovani e anziani senza nessun automatico effetto sostitutivo”.

Il che significa lavoratori giovani ed anziani, cioè affiancamento per facilitare la formazione, favorita sino ad ora da quegli incentivi che invece il governo attuale – affamato di risorse per cercare di avviare le bandiere elettorali – ha sbrigativamente tagliati.

Un ripensamento e sostanziali modifiche nelle scelte economiche sembrano non utili ma necessarie prima che la “nave Italia” vada definitivamente alla deriva.

Gianni Pernarella

Laurea in Giurisprudenza conseguita a Pisa e studi post laurea in Economia. Dipendente del Banco di sardegna dal 1973 al 2003. Dopo esperienza pluriennale di filiale, assume nel 1990 ruoli di responsabilità nella struttura centrale "Organizzazione e Sistemi Informativi" dove, in veste di funzionario capo progetto, ha gestito oltre 10 progetti organizzativi e relativi a sistemi informativi. Collaboratore per oltre 6 anni del SIL - PTO di Oristano; ha scritto quattro libri sulla materia del credito e dell'economia provinciale oristanese relativa all'artigianato.

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