Gli angoli bui della manovra su cui la propaganda giallo – verde glissa: chi paga chi. Di Gianni Pernarella

Argomento
Ambito Territoriale

Nel precedente Post ci eravamo riservati di tornare su alcuni aspetti della legge di bilancio varata dal governo giallo – verde, sottolineando  che l’Europa ha concordato con il Governo – per evitare la procedura d’infrazione – solamente la modifica di alcuni saldi dei capitoli principali. Le misure specifiche per fare cassa sono invece esclusiva responsabilità delle scelte del governo, di cui non può essere quindi attribuita la responsabilità ad altri.

Cercheremo in questo Post di analizzare aspetti del gravame di alcune di queste misure e le categorie ed istituzioni chiamate “obtorto collo” a subirne gli effetti, traendone alcune valutazioni di merito.

E’ tuttavia utile in premessa delineare sinteticamente le modifiche maturate nel quadro economico generale nel corso del 2018.

1 – I rischi derivanti dal quadro economico generale: la cecità del Governo

Un interrogativo da porsi è se nel delineare la manovra il Governo abbia tenuto in considerazione lo scenario che andava maturando e le possibili influenze ed i contraccolpi che quelle modifiche avrebbero potuto generare in Italia, e cioè:

° la guerra dei dazi tra America e Cina, il cui risultato andava già producendo un forte calo del commercio internazionale;

° l’impatto del rallentamento a livello europeo, aggravato dal problema della Brexit e della crisi economica turca, che hanno determinato un brusco rallentamento dell’export verso questi Paesi nel corso dell’anno;

° l’impatto negativo sulle economie europee molto orientate all’export, Germania ed Italia in testa, per le quali l’influenza per quest’ultima è duplice: con un rischio diretto di rallentamento dell’export extraeuropeo e, per via indiretta, per l’alta incidenza dell’export del nostro Paese verso la Germania ( 12,8% ).

Di questi scenari il duo giallo – verde Salvini e Di Maio hanno forse tenuto conto? A mio avviso no. Nell’ossessione dei due obiettivi di bandiera, alla ricerca delle risorse per realizzarle hanno sfidato i mercati e l’Europa con i risultati noti:

° aumento dello spread, che continua ad oscillare oltre i 250 punti, con tutte le conseguenze di aumento di costi per banche, imprese e consumatori già analizzato sia nel Post citato sia in Post precedenti;

° allarmato i mercati internazionali e quelli nazionali, che hanno visto bruciare 89 miliardi di minusvalenze ancora prima del varo della legge di bilancio e, infine, dopo tanta arroganza

° concordare con l’Europa modifiche dei saldi della legge stessa per oltre 10 miliardi, al fine di evitare la procedura d’infrazione.

Le problematiche complessive sinteticamente tratteggiate,  non hanno tardato a manifestare gli effetti. Poiché la realtà è più testarda della demagogia e della propaganda si è assistito negli ultimi 5, 6 mesi del 2018 ad un rallentamento dell’economia con un saldo dell’export italiano ancora positivo ma in continua diminuzione; una frenata degli investimenti da parte delle nostre imprese; una ulteriore riduzione dei consumi interni.

Tutto ciò ha comportato il segno negativo nell’andamento del PIL negli ultimi due trimestri con una diminuzione della crescita, rispetto all’1% previsto nella manovra di bilancio, che si attesta intorno allo 0,5% ( pari a circa 9 miliardi in meno ).

Alcuni economisti parlano di “recessione tecnica”, il ministro Tria parla di “stagnazione”. In ogni caso non è improbabile che i dati spingano, nel corso del 2019, verso la necessità di una “manovra bis”. La ragione è questa: dei 9 miliardi in meno di reddito prodotto ( Pil) allo Stato sarebbe andato il 42%, tale essendo il tasso della pressione fiscale, e, quindi, mancherebbero dai conti circa 4 miliardi. Questo porterebbe il saldo Deficit/Pil concordato con l’Europa dal 2,04% al 2,3% e, quindi, questi soldi vanno recuperati o con tagli di spesa o aumenti di tasse, rendendo nel frattempo strutturale e definitivo, in assenza, il taglio dei 2 miliardi di “Reddito di cittadinanza” e di “Quota 100” congelati nel negoziato con l’Europa.

La conclusione è che varata la legge di bilancio dal roboante “governo del cambiamento”, ci ritroviamo con il rischio di una possibile manovra bis: ognuno ne tragga le proprie valutazioni, in particolare sul grado di visione e di approccio economico del governo giallo – verde.

2 – Qualche sprazzo di luce negli angoli bui di qualche misura su cui la propaganda giallo – verde tende a glissare

Noi non entreremo nel dettaglio dei due obiettivi di bandiera “Quota 100” e “Reddito di cittadinanza”, su cui l’informazione giornalistica abbonda e su cui anche l’Associazione ha pubblicato di recente due Post di Antonio Ladu.

Ne rileveremo in sintesi solo alcuni aspetti e due interrogativi:

a – “Quota 100”, con tutta la propaganda di epocale sconvolgimento relativo alla legge Fornero, il “costoso topolino” partorito si rivela essere solamente una misura, temporanea, sperimentale triennale, costituendo una semplice opzione che, comunque, prevede peraltro un solo caso 100, cioè 38 anni di contributi e 62 anni di età e siccome il periodo di contribuzione è fisso ci sarà 101 ( 63+38 ), 102 (64+38 ), 103 ( 65+38 ), 104 (66+38 ), dato che 67 anni resta come punto di arrivo in carenza di adeguata contribuzione.

Interrogativo – mi chiedo se non sarebbe stato più razionale ed economicamente efficiente destinare i fondi per facilitare maggiormente l’uscita per le categorie che fanno obiettivo riferimento a lavori usuranti. Non sarebbe stato questo un intervento socialmente più equo e di maggiore giustizia sociale?

b – “Reddito di cittadinanza”, caratterizzato dalla presunzione di coniugare sostegno e lavoro con un meccanismo di cui difficilmente ne vedremo in tempi brevi il processo strutturale di funzionamento; non solo per l’attivazione efficiente dei Centri per l’impiego ma, soprattutto, per l’improvvida, velleitaria visione di voler offrire un lavoro in una realtà che, in assenza di scelte diverse di politica economica, mostra grande difficoltà a creare occupazione.

Interrogativo – mi chiedo se non sarebbe stato più razionale ed economicamente efficiente destinare le risorse al rafforzamento finanziario del REI, che ha il vantaggio dell’immediatezza operativa grazie ad una rete già attiva partecipata da enti terzi, assistenti sociali e Comuni e funzionante con buoni risultati?

Pleonasticamente ritengo che gli interrogativi alternativi difficilmente potevano essere assunti dai due leader ossessionati dalla propaganda sul loro “governo del cambiamento”: sulla direzione di questo cambiamento in meglio od in peggio ognuno tragga le proprie valutazioni.

E veniamo all’analisi di dettaglio di qualche significativo angolo buio, accuratamente lasciato dietro le quinte dalla propaganda governativa.

Cominciamo sottolineando come, sulla base dell’accertamento dell’Upb – Ufficio Parlamentare di Bilancio, la manovra prevede, dopo cinque anni di costante contrazione, un aumento della pressione fiscale dal 42% al 42,4%. Qualora si pensi che siano decimali di scarso impatto, si sottolinea che equivalgono a 13 miliardi circa di maggiori tasse nel triennio 2019 – 2021 ( risultanti dalla somma di12,4 miliardi di nuove tasse, di entrate per 7,3 miliardi che arrivano dai condoni, cioè in totale 19,7 miliardi cui sottrarre la riduzione delle tasse per 6,8 miliardi: 19,7 – 6,8 = 12,9 ). Questo è il primo risultato generale delle scelte del governo. Se ne prenda nota.

Vengo ora ad alcuni angoli bui che ho scelto perché mi stanno particolarmente a cuore, essendo emblematici dell’atteggiamento sconsiderato dei due leader Salvini e Di Maio, cui aggiungo anche Conte, cui vanno riferite risibili considerazioni, di cui daremo conto.

Chi paga chi: dove pescare risorse?

Considerato che incompetenza e propaganda si scontra sempre con la dura realtà, l’ineffabile Di Maio, che dichiarò nel 2017 a “Radio anch’io” che dalle cosiddette pensioni d’oro ( quelle superiori a 5000 euro netti ) si sarebbero potuti ricavare 12 miliardi, ha dovuto:

a – abbandonare la demagogica idea del ricalcolo permanente ( ?! ) delle pensioni sulla base, a suo dire, dei contributi che si sarebbero dovuti versare e che lecitamente erogate – a legislazione pro – tempore vigente – avrebbe dato corso a migliaia di ricorsi ( credo per evidente incostituzionalità );

b – applicare un “contributo di solidarietà” quinquennale con aliquote di taglio tra il 15% ed il 40%, escludendo quelle interamente calcolate con il sistema contributivo.

Ricavo dalla misura nel quinquennio 415 milioni !!

Dove pescare altre risorse per gli obiettivi di bandiera? Elementare: dalle altre pensioni da cui arriveranno 4,7 miliardi di risparmi per lo Stato, attraverso il meccanismo del ridotto adeguamento degli assegni all’inflazione per tutti quelli superiori a 1539 euro lordi mensili ( 3 volte il minimo ).

Chiariamo un punto fondamentale. Nell’accordo del settembre 2016, Governo Renzi e Sindacati avevano concordato di tornare agli “scaglioni” con 3 aliquote ( già applicate dal Governo Prodi ) con decorrenza dal gennaio 2019. Qual è la scelta operata dal Governo giallo – verde? Abbandonare questa strada ( che evidentemente, pur perdendoci, sarebbe stata troppo favorevole per i pensionati ) ed adottare “fasce di reddito” cui applicare 7 aliquote di adeguamento ridotto ( da 100% per quelle non superiori a 1539 euro sino al 40% per quelle superiori a 9 volte ).

Cioè oltre il danno la beffa. Poiché come dice il detto latino “in cauda venenum”, il veleno è nei dettagli, non sfugga non solo l’applicazione delle 7 aliquote ma, soprattutto, l’adozione del calcolo di decurtazione per “fasce di reddito”, che potenzia l’abbattimento dell’adeguamento con corrispondente ulteriore diminuzione dell’assegno. Valga un semplice esempio: per un assegno di 2000 euro lordi se calcolo l’adeguamento “per scaglioni” viene conteggiato al 100% sino a 1539 euro e la differenza di 461 euro con l’aliquota decurtata successiva. Se l’adeguamento è per “fasce di reddito”, viene applicato all’intero importo di 2000 euro la seconda aliquota, con una evidente perdita secca che non si produrrebbe nel calcolo per “scaglioni”.

Che Salvini venga ad imbonire gli italiani per cui “nessuno perderà un euro” o che, con un disinvolto qualunquismo, lo stesso Conte sostenga in Parlamento che neppure Arpagone ( l’avaro di Moliere ) si sarebbe accorto del “poco” che viene percepito dal meccanismo appena descritto ed adottato, trattandosi di pochi euro, significa trattare gli Italiani da imbecilli. Cittadini per i quali sarebbe cioè indifferente una decurtazione pensionistica degli assegni che – ancorché qui evidenziata come differenza rispetto al meccanismo di adeguamento per scaglioni, che sarebbe dovuto entrare in vigore da gennaio 2019 - vede un prelievo aggiuntivo che oscilla tra – 322 e – 1638 euro nel triennio a secondo delle fasce di reddito.

Al riguardo è ammissibile sotto il profilo economico ipotizzare che al decrescere delle disponibilità cresca nei pensionati una maggiore attenzione alla spesa per consumi a favore di una maggiore propensione al risparmio. Questo atteggiamento potrebbe anche portare a “somma zero” l’aumento di spesa per consumi ipotizzabile, per la maggiore disponibilità, per i percettori di “pensione di cittadinanza”. Né va dimenticato come possano altresì assumere prudenza nei consumi anche coloro che si avvarranno di “Quota 100”, tenuto conto che percepiranno assegni più ridotti rispetto alle maggiori disponibilità  derivanti dalle loro attuali retribuzioni.

Dove sia l’effetto espansivo complessivo mi sembra razionalmente un rebus, un autentico gioco alla roulette.

Ultimo punto.

Se c’è un pilastro su cui si dovrebbe puntare in qualsiasi Paese, Italia compresa, per disegnare il futuro è quello dei giovani e cioè dell’ “istruzione”. La più accreditata dottrina economica e gli studi dimostrano che è l’istruzione che funge da principale “ascensore sociale”, profilandosi come uno dei motori dello sviluppo di un Paese.

Il governo giallo – verde ne è invece talmente poco convinto, andando oltre i proclami, da aver previsto nel triennio 2019 – 2021, nell’ambito di un modesto aumento per il 2019, tagli complessivi per 4,6 miliardi di euro ( che riguardano di tutto: primo ciclo, superiori, edilizia scolastica,lotta alla dispersione,valorizzazione eccellenze, innovazione ) e, la più duramente criticabile in assoluto, la riduzione delle spese per il “personale di sostegno”, che tra il 2019 ed il 2021 diminuiscono di 1,032 miliardi ( da 3,489 a 2,457 ), con la conseguente potenziale lesione del diritto all’ istruzione per 80.000 alunni disabili.

In quale fosca direzione ci stia portando il “governo del cambiamento” ne abbiamo convinta percezione, fondata sui fatti e sulle cifre. Il lettore maturi la propria assumendo comportamenti conseguenti.

Gianni Pernarella

Laurea in Giurisprudenza conseguita a Pisa e studi post laurea in Economia. Dipendente del Banco di sardegna dal 1973 al 2003. Dopo esperienza pluriennale di filiale, assume nel 1990 ruoli di responsabilità nella struttura centrale "Organizzazione e Sistemi Informativi" dove, in veste di funzionario capo progetto, ha gestito oltre 10 progetti organizzativi e relativi a sistemi informativi. Collaboratore per oltre 6 anni del SIL - PTO di Oristano; ha scritto quattro libri sulla materia del credito e dell'economia provinciale oristanese relativa all'artigianato.

 

 

 

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