Cento anni di meridionalismo. Storia di un fallimento o nuovo inizio? Le Relazioni degli specialisti Giorgio Macciotta e Claudio De Vincenti. DiGiampiero Vargiu

Argomento
Ambito Territoriale

Sabato 10 novembre scorso si è tenuto al Grande Hotel Terme Sardegna di Fordongianus  un Convegno - Dibattito su "Cento anni di meridionalismo, da Nitti e Omodeo. Il Mezzogiorno oggi". Occasione di dibattito fra gli storici, in una sala gremita, a un secolo dalla costruzione della diga del Tirso e dall'avvio delle bonifiche, organizzata da "Paesaggio Gramsci, Associazione per il Parco letterario" e coordinata dal Presidente dell'Associazione Umberto Cocco, già Sindaco di Sedilo e giornalista professionista. L'iniziativa si inserisce nelle manifestazioni previste per il Centennale, a seguito dell'inaugurazione il 17 agosto a Ula Tirso.

L'occasione mi consente di riprendere il filo di alcune mie riflessioni fatte con il pezzo "Il centennale della Diga del Tirso. La "Retorica e la Controretorica delle Grandi Opere" e la "Partecipazione", nel quale raccontavo del Convegno tenutosi a Oristano il 6 ottobre scorso all'Hospitalis Sancti Antoni sul centennale della diga del Tirso, del grande fervore di idee e del progetto "Sardegna Isola dei Laghi", in particolare, nei primi due decenni del 1900 e di alcune mie proposte operative, in particolare, sulla partecipazione delle Comunità ai progetti di sviluppo.

I Relatori del Convegno di Oristano sono stati:

- Giorgio Macciotta, già Parlamentare, membro del CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro), componente delle Commissioni Parlamentari Bilancio, Finanze e Tesoro, Sottosegretario di Stato del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione nel primo governo di Romano Prodi e riconfermato sottosegretario, con deleghe simili, nel Governo di Massimo D'Alema e Presidente della Fondazione Casa Museo di Antonio Gramsci di Ghilarza;

- Claudio De Vincenti, Professore di Economia all'Università di Roma La Sapienza e già Ministro per la Coesione Sociale e il Mezzogiorno nel Governo Gentiloni;

- Antonio Sassu, Professore di Politica Economica presso l'Università di Cagliari, già Presidente del Banco di Sardegna, Assessore della Programmazione, Bilancio, Credito e Assetto del Territorio della Regione Autonoma della Sardegna e autore del saggio "Lo sviluppo locale in Sardegna: un flop?";

- Amedeo Lepore, Professore di Storia Economica dell'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Docente della Luiss Guido Carli e membro del Comitato di Presidenza della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno).

Ho scritto questo pezzo servendomi degli scritti e del video integrale di tutta l'iniziativa presente nel sito dell'Associazione Paesaggio Gramsci e dei miei ricordi dell'iniziativa del 10 novembre scorso citata.

In questo pezzo illustro le Relazioni tenute da Giorgio Macciotta e Claudio De Vincenti. Ho intenzione di fare altri due pezzi sull'iniziativa. Uno per illustrare gli interventi di Amedeo Lepore e Antonio Sassu e un altro sul dibattito e la chiusura dei relatori. A questi aggiungerò delle mie proposte.

Giorgio Macciotta ha introdotto il Convegno - Dibattito delineando la sua Relazione con due provocazioni, che implicano altrettanti nodi da sciogliere.

La prima si è incentrata sulla sua affermazione che lo sviluppo del Mezzogiorno non è scindibile dalla Struttura Amministrativa che opera in esso. Da questo punto di vista è entrato in polemica sul funzionamento, la qualità e l'efficacia dell'azione amministrativa delle Regioni, giudicando positivamente l'impostazione  di cooperazione che c'è stata tra il 2013 e il 2018 con la stipula dei "Patti per lo Sviluppo" e i "Contratti di Sviluppo" tra le Regioni e lo Stato, che ha assunto un forte ruolo di Coordinamento centrale.

Quando inizia l'intervento straordinario per il Mezzogiorno esistevano solo le Regioni a Statuto Speciale. Oggi esistono anche quelle a Statuto Ordinario.

L'intervento straordinario per il Mezzogiorno tra il 1951 e il 1971 fu un successo. L'applicazione dell'articolo 13 dello Statuto della Regione Autonoma della Sardegna, che recitava "Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola", con il Piano di Rinascita ha avuto successo, è cresciuta in quegli anni la popolazione e il reddito, che è passato dall'80% all'88% rispetto a quello medio dell'Italia, posto pari a 100. La gestione centralizzata di quel periodo, con la responsabilizzazione degli Enti Locali del Mezzogiorno, ha funzionato. Il Meridione, come fatto notare anche da Amedeo Lepore in una iniziativa tenutasi a Ghilarza la mattina, nel ventennio citato è cresciuto più del Nord e la Sardegna è cresciuta più del Meridione, la Sardegna era allora una delle realtà produttive più interessanti d'Italia.

Ora cosa succederà? Si cambia? Cosa vogliamo fare? Andare avanti come se le Regioni non esistano, in maniera centralizzata o intraprendere la strada del fai da te a livello locale, abbandonando il coordinamento centrale?

La Riforma Costituzionale del 2001 introdotta dalla Legge Costituzionale del 18 ottobre numero 3

"Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione" all'articolo 2 ha modificato l'articolo 116 della Costituzione disponendo anche per la Sardegna, oltre al Friuli Venezia Giulia, alla Sicilia, al Trentino-Alto Adige/Südtirol e alla Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi Statuti Speciali adottati con Legge Costituzionale, con nuove competenze.

Oggi il rischio che si corre è che si vada nella direzione dello smantellamento di qualsiasi ruolo di coordinamento dello Stato Centrale. Il Veneto sta percorrendo questa strada. Ha siglato un preaccordo, a marzo 2018, con il Governo Gentiloni, per un trasferimento di 5 nuove competenze alla Regione, ma, successivamente, ha presentato un Proposta di Legge, che ne prevede 32.

Se la direzione sarà questa, in particolare per motivi finanziari,  è ineludibile che tutte le altre Regioni andranno nella stessa direzione, con uno scardinamento dal profondo della struttura della Repubblica, non tenendo conto del diverso livello di efficienza delle varie Regioni e della diversa competenza amministrativa tra, per esempio, la Lombardia e la Calabria. La Lombardia e l'Emilia Romagna si sono unite al Veneto in questa scelta. Il rischio concreto che sarà scardinato il sistema che ha consentito fino a oggi il riequilibrio: il destino del Mezzogiorno non si può fondare su piccole Repubbliche.

Renzo Laconi, essendo un regionalista non sospetto,  indulgendo nell'attività dell'Assemblea Costituente al Centralismo, disse che la Sardegna non avrebbe avuto sviluppo e non si sarebbe potuto neanche parlare di sviluppo senza la cooperazione con lo Stato.

In conclusione di questa prima provocazione, Macciotta conclude dicendo che il rapporto tra Centro e Periferia è fondamentale e il nuovo progetto di sviluppo del Mezzogiorno passa attraverso lo scioglimento di questo nodo.

La seconda provocazione di Macciotta è iniziata con la domanda "Quale politica di Sviluppo?", "Quali Settori della Politica di Sviluppo?"

Quella del Piano di Rinascita, che oggi è superato, ha funzionato. Gli effetti del Piano sono finito quando si è esaurito l'asse sul quale si era fondato il Piano di Rinascita: la chimica.

Bisogna individuarne uno nuovo, ma può funzionare se lo scenario d'azione è, se non quello europeo, almeno quello nazionale? In Sardegna le tendenze al fai da te, al regionalismo più spinto, senza il coordinamento centrale, sono molto forti.

La Sardegna, nella quale la pressione fiscale è più alta della Regione Veneto, anche se la ricchezza della Regione Veneto è più alta, allo stato attuale può spendere il 30% in più di quanto incassa dalle tasse: la leva fiscale, che pure è spinta ai massimi livelli,  non basta  e abbiamo bisogno della solidarietà nazionale, non è pensabile ricavare il 30% in più da ulteriori tasse a livello regionale.

La tentazione di chi sta al Centro nel pensare di poter accentrare è sempre forte, ma è pensabile che il Modello di Sviluppo Centralistico possa escludere il livello locale?

L'Osservatorio dei Conti Pubblici Locali ha evidenziato che, sul totale delle spese primarie al netto della Sanità, il Centro spende 507 miliardi di euro e le Regioni 112 miliardi di euro. L'esigenza di mettersi su un livello di leale cooperazione tra Centro e Periferia è indispensabile, non ci può essere efficienza prescindendo dal locale. Il Governo dell'Ulivo, con il cammino non facilissimo delle Intese e i Governi che si sono succeduti dal 2013 al 2018 con i Patti per lo Sviluppo hanno lavorato proficuamente in questa direzione.

Solo con il Modello di Sviluppo Locale senza un asse di Sviluppo Nazionale il Meridione non si va da nessuna parte, sia per la debolezza del tessuto produttivo che per i nodi da sciogliere sull'efficienza dell'apparato amministrativo.

Giorgio Macciotta ha concluso dicendo che questo è il terreno sul quale si gioca la possibilità di sviluppo del Mezzogiorno.

L'intervento di Claudio De Vincenti, che è possibile leggere nella sua interezza nel sito del "Centennale della diga del Tirso", è iniziato con i ringraziamenti per la presentazione troppo generosa, "perché sono cento anni dalla costruzione della diga del Tirso e poi siamo nella terra dove è cresciuto Antonio Gramsci, che è stato una mia lettura appassionata quando ero giovane e che ogni tanto torno a leggere e, in particolare, leggo i suoi approfondimenti sulla questione meridionale."

 De Vincenti ha esordito dicendo che la questione meridionale esiste ancora e ha evidenziato, per rafforzare questa sua affermazione, i seguenti aspetti:

- il divario di prodotto interno lordo pro - capite fra il Centro Nord e l’insieme di otto Regioni che siamo soliti racchiudere nella nozione di Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna) è aumentato ed è il 56 per cento nel Sud rispetto al Centro - Nord;

- ci sono altri indicatori. La Svimez  ha presentato altri indicatori sulla condizione sociale: povertà, disuguaglianza, stato dei servizi pubblici. Un insieme di indicatori che evidenziano la distanza, ancora rilevante, tra il Centro - Nord e il Sud del nostro Paese.

In centocinquant’anni di storia c'è stato un grande risultato in termini di sviluppo del nostro Paese nel suo insieme sia al Centro - Nord che nel Mezzogiorno e oggi il Pil pro-capite del Mezzogiorno è 18 volte quel che era al momento dell’Unità d’Italia. C'è, quindi, stato un enorme processo di crescita innescato proprio dall’unità nazionale, dal collegamento dell’Italia ai paesi leader in Europa e nel mondo. Oggi l'Italia è una delle grandi realtà industriali e produttive del mondo. Nonostante tutti i problemi, l'Italia è uno dei paesi più sviluppati al mondo e il Mezzogiorno è vissuto dentro questa crescita e questo grande sviluppo.

 Rimane, comunque, il divario tra Mezzogiorno e resto d'Italia, le due parti del Paese sono cresciute ma non si sono avvicinate, tranne  che nell'arco temporale del 1951 - 1971 dell’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno, che qui in Sardegna ha visto come realizzazione forte e qualificante il Piano di Rinascita. Gli anni di avvicinamento di tutto il Mezzogiorno, molto cambiato, al resto d'Italia in termini di Pil pro - capite e di infrastrutture, come le ferrovie, le strade, l’elettricità, la metanizzazione, che in Sardegna è uno dei problemi ancora aperti, l’ acqua, gli acquedotti e tutti gli impianti idrici.

 L’intervento straordinario degli anni ’50, ’60 e ’70, che riprende l’ispirazione delle Leggi Speciali di Francesco Saverio Nitti con i successivi interventi della diga del Tirso e delle bonifiche a valle, che pure hanno rappresentato grandi sofferenze, è stato, quindi, un grande intervento di infrastrutturazione del Mezzogiorno e poi di politica industriale, con il risultato che il Mezzogiorno ha cambiato faccia.

De Vincenti ha aggiunto che "Oggi la nostra questione meridionale non è quella con cui si misurava Gramsci. Il Mezzogiorno dell’epoca di Gramsci, di Salvemini, di Dorso, era un Mezzogiorno agricolo, con ampie estensioni di latifondo e con masse contadine in condizioni di estrema povertà. Oggi il Mezzogiorno, per nostra fortuna, non è più questo. Il latifondo è praticamente scomparso, i grandi processi urbani – con i costi dei processi urbani: penso alle periferie di Cagliari, di Napoli, di Palermo, di Bari, di Catania, però grandi processi urbani – l’industrializzazione, un’agricoltura che conta oggi su una fornitura d’acqua molto più regolare di un tempo (ci sono ancora problemi, lo sappiamo. Però non c’è confronto). Quindi un Mezzogiorno completamente cambiato, che ha fatto grandi passi avanti, ma un Mezzogiorno con le grandi sofferenze sociali di oggi, di una società avanzata che vede le nuove periferie che devono essere risanate, vede tanti giovani che non hanno un futuro rassicurante. Quanti di noi e io stesso non hanno paura che i nostri e i miei figli e nipoti non vadano avanti rispetto a noi? E questo è il contrario di quel che pensavano i miei genitori quando io ero ragazzo e credo che nel Mezzogiorno questo sia un problema enorme. Questo è il problema più importante di tutti. Abbiamo aree interne che si sono spopolate per i processi di inurbamento. Insomma ci sono le sofferenze sociali di oggi ma sono quelle di un’altra situazione."

Chiudendo il suo intervento, De Vincenti ha posto, come già fatto da Giorgio Macciotta, l'attenzione sull'assetto di governo tra le Istituzioni.

Il regionalismo che ha portato negli anni settanta al varo delle Regioni a Statuto Ordinario, è un segnale di una società che è cambiata, di una maturità della democrazia maggiore e, quindi, di un suo articolarsi, del non poter essere gestita dall’alto verso il basso con gli interventi straordinari. Il regionalismo, finita la sua efficacia propulsiva, dopo gli anni settanta, è diventato “anarchico”, con la conseguenza di un allargamento del divario tra Meridione e il resto dell'Italia e una volta finito l’intervento straordinario si è trascinato nel nostro Paese e si trascina ancora, con una difficoltà del Centro a coordinare questi poteri diffusi, sacrosanti dal punto di vista della maturità democratica, ma che non vanno bene e pongono un problema di governo molto serio.

Come già detto da Macciotta, il tentativo di recuperare un ruolo di responsabilità del Centro, in dialettica forte e anche cooperativa con le Regioni, è stato attuato dai Governi dell'Ulivo e dai Governi succedutisi tra il 2013 e il 2018, di cui De Vincenti rivendica il ruolo positivo in tale direzione.

Il già Ministro per il Mezzogiorno chiude dicendo che "Il divario si era stretto fino agli anni ’70, poi l’intervento straordinario sostanzialmente è finito a fine anni ’70, poi c’è stata una fase in cui si è trascinato, ma nella sua reale efficacia è finito lì. E dopo c’è stata tutta una fase in cui si distribuivano le risorse alle Regioni e lo Stato centrale si disinteressava, non si faceva carico delle responsabilità. Questo poteva far comodo ai poteri locali ma non ha fatto bene al Mezzogiorno. Ecco, quello che abbiamo cercato di fare è stato un rapporto forte, da protagonisti gli uni con gli altri, tra Stato centrale e Regioni. Il Mezzogiorno in qualche modo – permettetemi di rivendicarlo – si è messo in moto. Dal 2015 al 2017 è cresciuto – lo dice la Svimez – un po’ più del Centro-Nord. Non abbastanza, di più: da quando quel divario si era allargato ce ne voleva ben altro, però è ripartito. Ecco, dobbiamo fare in modo che non si torni indietro, che questa ripartenza del Mezzogiorno non si spenga. Lo dobbiamo ai giovani del Mezzogiorno, prima di tutto, lo dobbiamo al nostro Paese nel suo insieme. Perché non c’è futuro dell’Italia – io di questo sono fortemente convinto – se il Mezzogiorno d’Italia non prende in mano il suo destino. E qui io condivido le osservazioni critiche che faceva Giorgio Macciotta sul modo in cui, in particolare il Veneto e la Lombardia, stanno andando alla discussione col Governo Centrale. Però questo mi porterebbe molto in là. Mi fermo: ecco, noi abbiamo bisogno che il nostro Paese torni fino in fondo a pensarsi come Comunità Nazionale, Cittadini italiani a pieno titolo, da Aosta a Lecce, da Trieste a Palermo, passando per la Sardegna. Cittadini italiani a pieno titolo, perché è quando si assume questo modo di pensare che la questione meridionale scocca, perché il nostro Paese se lo pensiamo come Italia non può permettersi di avere il divario che ancora si porta appresso”.

Giampiero Vargiu

Laureato in Ingegneria elettrotecnica all'Università  di Cagliari nel 1980. Sindaco del Comune di Villagrande Strisaili dal 1995 al 2000. Socio della Societ  di Ingegneria TEAM SISTEMI ENERGETICISRL, che ha sede operativa a Oristano e opera in tutta la Sardegna. Esperto in efficienza energetica e fonti di energia rinnovabili.

 

 

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