Beppe Grillo, le parole sono pietre. Di Elisa Dettori

Recentemente, durante una kermesse organizzata dal Movimento 5 Stelle, presso il Circo Massimo di Roma, Beppe Grillo ha utilizzato il termine “autistico” per insultare gli avversari politici, associandolo inoltre al termine “psicopatico”.

Un intervento vergognoso che rende ancor più imbarazzante il silenzio dei parlamentari grillini e dei maggiori esponenti del partito, che non si sono dissociati da quelle parole e che non hanno espresso il minimo dissenso in relazione a quanto detto da uno dei padri fondatori del Movimento.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un imbarbarimento del linguaggio politico senza precedenti. Aumentano senza controllo le espressioni volgari e le offese.

Il linguaggio è importantissimo, denota il livello morale, culturale ed educativo di ciascuno di noi. Ricorrere alla prima parola che viene in mente, è tipico di chi non ha argomenti e ha una capacità di linguaggio limitata.

È in atto un processo di diseducazione che si sta riflettendo in modo tossico sull’intera società. La semplificazione delle espressioni populiste, sempre più dirette e di facile comprensione, ha travalicato il senso stesso della comunicazione che non è più alla base dello scambio di esperienze e riflessioni, non è più uno strumento di condivisione ma èdiventata un’arma per zittire, colpire, provocare e prevaricare.

Urlare termini privati del loro senso, solo per parlare alla pancia delle persone, muovendo i loro istinti più bassi, rappresenta il trionfo del degrado espressivo.

Vorrei tornare ai tempi in cui si rispettava il“galateo linguistico”, in cui si dava alle parole il giusto peso ed eravamo tutti più capaci di provare indignazione contro espressioni violente e incivili.

La libertà di parola è un diritto di tutti, è vero,ma non può prescindere dalla relazione che ha con gli altri diritti e, di conseguenza, deve essere esercitata in modo consapevole.

Soprattutto in politica, il diritto di parola deve contribuire, attraverso il confronto, alla realizzazione della giustizia e della pace, del bene comune, intervenendo laddove si presentino delle storture nell'esercizio del potere da parte dei gruppi più forti della società, a sfavore di quelli più deboli.

La libertà di parola deve essere espressa con responsabilità. Non dovrebbe essere esercitata per mortificare, discriminare, odiare.

Nel caso specifico, ci sono famiglie che lottano ogni giorno contro i pregiudizi e l’inerzia di una società incapace di integrare chi soffre di disabilità.

Esaltare una folla che ridacchia di fronte a derisioni di questo genere, non solo non è edificante ma diventa anche pericoloso.

Vanificare, per amore di battuta, gli sforzi quotidiani di tanti, finalizzati all’accettazione dei disabili e alla sollecitazione di uno sguardo empatico che consenta di comprendere il disagio e la sofferenza altrui, è immorale, picchia, fa male. Fa male non solo a chi vive direttamente la disabilità ma nuoce a un’intera società che si indurisce e anestetizza.

E quando si superano certi limiti, anche le scuse servono a poco perché, ormai, qualcosa si è drammaticamente rotto. Quando si toccano certi temi con così poco tatto, il rispetto per la dignità dell’essere umano è venuto meno e non esiste parola capace di sanare, in breve tempo, la ferita. È come un costringere a ripartire da zero, tutto deve essere ricostruito, perché ci sarà sempre un fanatico, un pressappochista, che preferirà rifarsi a un modello negativo e non a uno positivo.

Il cambiamento culturale dipende anche e soprattutto dal linguaggio che utilizziamo.

Il senso del limite deve essere ricalibrato. Si torni a parlare di politica, di cose concrete e si abbassino i toni. Per il bene di questa società martoriata dalla pochezza, dall’insipienza e dall’eccessiva leggerezza di troppi.

Di Elisa Dettori

 

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